Cos’è il genio? Chi ha mai guardato il capolavoro di Monicelli “Amici
Miei” lo sa alla perfezione: è fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità
d’esecuzione.
La questione del genio in effetti assume una sua importanza
centrale in un’epoca dominata da un vuoto nichilismo senza anima, in cui
letture postmoderniste di Nietzsche ed Heidegger hanno
portato alla ribalta una lunga serie di ciarlatani anti-umanisti, che credono
che il massimo del rivoluzionario sia il ridurre l’uomo ad una bestia, e non
elevarlo al superuomo. Fortunatamente, questi buffoncelli sono destinati ad
estinguersi per motivi eminentemente anagrafici, e così possiamo concentrarci
sul nocciolo vero di ogni tendenza sinceramente e schiettamente umanista:l’uomo è una sorta di scimmia che usa la forchetta o magari è
qualcosa di più?Non è un discorso ozioso: secoli di empirismo,
di utilitarismo, di sensismo ci hanno resi fiacchi, intorpiditi, incapaci di
rapportarci al mondo, incapaci di plasmarlo secondo una maestosa progettualità
che vede avanti decenni. Siamo pigri e passivi consumatori, e questo ovviamente
esclude ogni prospettiva anche solo vagamente rivoluzionaria.
A queste imposture filosofiche si è poi aggiunta
quella “scienza” partorita in primo luogo dalla mente di Freud che
fa del cervello umano una sorta di muscolo difettoso, oltre che una indebita
applicazione della teoria darwinistica (che va benissimo per spiegare
l’evoluzione biologica) al medesimo. E quindi giù tutti gli specialisti del
pensiero a discettare sull’individuo sano che sarebbe quello che assume
comportamenti adattivi, ovvero…si fa andare bene il mondo circostante.
George Bernard Shaw sintetizzava
in modo eloquente la situazione: non si più ammirare contemporaneamente
l’adattarsi e l’invenzione, perché l’invenzione per definizione rimescola le
carte in tavola. Forse nemmeno lui si rendeva conto di quello che voleva dire,
e cioè che l’uomo, idealisticamente inteso come soggetto della storia, non è esplicabile
secondo il meccanicismo darwinista degli “scienziati” del cervello. In altre
parole, se la nostra specie fosse stata “adattiva”, ci saremmo fermati
alle economie di caccia e raccolta: l’uomo o adatta il mondo a se stesso, o
cessa di essere uomo in quanto tale.
Da un punto di vista più squisitamente politico, un comportamento “adattivo” è
la passiva accettazione dello status quo, la vigliaccheria, il disimpegno,
l’uno vale uno, la non-militanza, il tengo-famiglia, l’acquiescenza verso le
angherie e le prepotenze di chi abusa del suo miserabile potere. Esiste di
fatto oramai persino una ideologia dell’adattismo anti-umanista ed
ultraliberista, come dimostra il saggio di Peter Sloterdijk dall’eloquente
titolo: “Devi cambiare la tua vita”, magnifico esempio di come ragionano i
postmodernisti, che dei due grandi pensatori tedeschi hanno letto tutto e
capito poco. Il mondo non ti va bene? È un problema tuo, adattati, fai yoga per
combattere lo stress, copula come un coniglio in calore, concentrati sulla carriera,
fai di tutto per avere la migliore posizione possibile all’interno del sistema
che ti angoscia. Decenni a dire che le ideologie sono morte, che l’umanesimo
classico è morto, che le grandi narrazioni sono morte per poi, semplicemente,
acquietarsi sugli allori della propria oscena individualità narcisistica.
Dall’altra parte, esiste ancora una sparuta schiera di folli (non
adattati ne adattabili) che continua a pensare che il mondo possa e debba
essere cambiato, che l’Italia e l’Europa possano risollevarsi dalla
sconfortante situazione in cui sono prostrate e comunque anche se così non
fosse meglio morire sapendo di averci provato piuttosto che fare la morte di
paglia per vigliaccheria. I vichinghi chiamavano infatti in questo modo la
morte tranquilla e serena di chi non aveva mai combattuto, e per questo era
escluso dal Walhalla degli eroi.Perché l’uomo non è un animale, se non sotto il
secondario profilo biologico (l’unico a cui si può adattare il darwinismo). L’uomo è il demiurgo dell’universo, per ora
limitato a questa minuscola geosfera, ma in prospettiva proiettato verso le
stelle.
(Di Matteo Rovatti - Da "Il Primato Nazionale")